Riso rosso fermentato

imagesLa riduzione del colesterolo LDL è nota essere associata ad una significativa diminuzione del rischio cardiovascolare. L’iniziale approccio terapeutico all’ipercolesterolemia include modificazioni dietetiche poiché alcuni componenti dietetici presentano una potenziale attività anticolesterolemica e sono presenti in piccole quantità nei cibi. Negli ultimi anni sono nati così i nutraceutici, ossia nutrienti e/o composti bioattivi con potenziali effetti benefici sulla salute umana. Tali sostanze possono essere aggiunte a cibi e bevande, o presi come supplementi dietetici. Numerosi sono gli studi che: 1) verificano i livelli di validità sull’efficacia della riduzione del colesterolo da parte di sostanze farmacologiche e non; 2) studiano i possibili effetti collaterali associati al loro uso; 3) prendono in considerazione le categorie di pazienti che potrebbero beneficiare del loro uso.

Tra i diversi nutrienti un posto spetta anche al riso rosso fermentato. La medicina cinese tradizionale usa il riso rosso fermentato per migliorare la circolazione ematica ed anche in caso di dissenteria e indigestione. Il principio attivo del riso rosso, il monacolino K (scoperto nel 1979 da un professore dell’Università di Tokyo) è un metabolita prodotto dalla fermentazione di un lievito (Monascus purpureus), capace di inibire l’enzima HGM-CoA-reduttasi, uno degli enzimi coinvolti nella sintesi epatica del colesterolo. Il meccanismo d’azione del monacolino K, bloccando la via metabolica, a partire da intermedi come il mevalonato e lo squalene, riduce la sintesi endogena del colesterolo, in particolare del colesterolo LDL, ed aumentando l’HDL.

Il vantaggio principale del riso rosso fermentato, e quindi del monoclino K, rispetto alle statine, farmaci anticolesterolemici, sembra essere dovuto alla mancanza di danno muscolare (*) pur presentando una struttura simile alle statine stesse. Esistono comunque delle controindicazioni in gravidanza ed allattamento, e per i pazienti che già assumono statine (per l’effetto sinergico che si potrebbe avere, con conseguente aumento degli effetti collaterali); inoltre sono controindicate le associazioni con farmaci ad azione lipolipidemizzante. ed ancora, poiché le statine sono metabolizzate ampiamente dal CYP3A4 (**), l’uso di prodotti derivanti dal riso rosso fermentato si dovrebbe evitare in pazienti che assumono induttori enzimatici, quali barbiturici, carbamazepina, nevirapina, oxacarbazepina, fenitoina, rifampina, erba di S. Giovanni ecc. o inibitori, quali amiodarone, claritromicina, antifungini azolici, ciclosporina ecc., i quali potrebbero ridurre l’efficacia di tali prodotti o aumentarne il rischio di miopatia (1). In letteratura è stato riportato il caso di una donna, in trattamento con ciclosporina a seguito di un trapianto di rene, che ha assunto spontaneamente una preparazione fitoterapica contenente tra gli altri ingredienti riso rosso fermentato. Dopo 2 mesi di terapia, la donna ha manifestato un forte aumento dei livelli di CPK i cui valori sono ritornati nella norma solo dopo la sospensione del prodotto fitoterapico (2). Gli autori dello studio hanno ipotizzato che alla base dell’evento avverso vi potesse essere un’interazione farmacologica tra il monacolino K e la ciclosporina. Infine, dato il rischio documentato di interazione tra lovastatina e warfarin, i pazienti in trattamento con anticoagulanti cumarinici dovrebbero evitare l’uso di prodotti a base di riso rosso fermentato (3).

Un lavoro uscito quest’anno evidenziata inoltre la presenza di citrinina, una micotossina che si forma durante il processo di fermentazione e che dimostra una potente tossicità sia a livello epatico che a livello renale, in grado di causare danni renali ed alterare il metabolismo epatico (4).

 

(*) miopatia = necrosi delle fibrocellule del muscolo striato

(**) CYP3A4 = un importante enzima, presente soprattutto nel fegato, che contribuisce al metabolismo di circa il 50 % dei farmaci utilizzati

 

Bibliografia

  • Wang JJ, et al. Improvement of monacolin K, gama-aminobutyric acid and citrinin production ratio as a function of environmental conditions of Monascus purpureus NTU 601. J Ind Microbiol Biotechnol 2003; 30: 669-76.
  • Prasad GVR, et al. Rhabdomyolysis due to red yeast rice (Monascus purpureus) in a renal transplant recipient. Transplantation 2002; 74: 1200-1201.
  • Mevacor® (lovastatin) package insert. Whitehouse Station, NJ: Merck & Co., Inc.; 2005 Nov.
  • Steffen C. Bundesgesundheitsblatt Gesundheitsforschung Gesundheitsschutz. 2017 Jan 4. doi: 10.1007/s00103-016-2503-8

Fitoterapia in menopausa

mainimage-main-3360372Numerose donne in menopausa alleviano i propri sintomi con la terapia ormonale, anche conoscendone gli effetti collaterali. Recentemente è stato pubblicato uno studio (1) che ha evidenziato come alcune terapie a base di fitoterapici possano ottenere buoni risultati nel ridurre i fastidiosi sintomi. Gli autori di tale pubblicazione sostengono che gli isoflavoni contenuti nella soia, nota sostanza simil-estrogena, sono in grado di influenzare la secrezione ed il metabolismo degli ormoni sessuali: a questi derivati uniscono anche il trifoglio rosso ed il cohosh nero, che sono stati valutati da una metanalisi in oltre 60 studi clinici randomizzati, su campioni di oltre 6600 donne. La misurazione era stata fatta valutando tali terapie vegetali e il riscontro sulla presenza di vampate di calore, sudorazione notturna e secchezza vaginale. Dai risultati dello studio è risultato che le donne presentavano una riduzione delle vampate e della secchezza vaginale, ma non della sudorazione notturna.

Poiché non esistono fonti alimentari di cohosh nero, per i sintomi della menopausa la dose impiegata nell’ambito degli studi condotti è stata di compresse da 20-40 milligrammi di estratto standardizzato assunto 2 volte al giorno. Un quantitativo superiore a 900 milligrammi viene considerato un sovradosaggio. Alcuni esperti inoltre affermano che nessuno dovrebbe assumere cohosh nero per un periodo superiore ai 6 mesi. E’ risultato presentare anche effetti collaterali, che includono mal di testa e disturbi gastrici, ma tali disturbi di solito insorgono a seguito ad assunzioni di dosi elevate. Sono stati riportati casi di alcune persone che potrebbero aver sviluppato problemi epatici dopo aver assunto cohosh nero, ma non ci sono ancora studi a tale riguardo: è comunque importante che individui affetti da problemi epatici preesistenti o che assumano farmaci/sostanze che possono influenzare l’attività epatica dovrebbero evitare l’assunzione di cohosh nero.

Relativamente al trifoglio (Trifolium pratense) è noto il suo utilizzo nella medicina tradizionale, oltre che in menopausa, anche per il trattamento di patologie cutanee croniche, della tosse e di altri disturbi respiratori. Esso presenta composti cumarinici, e quindi può aumentare il rischio emorragico dei FANS e del warfarin. Inoltre, studi in vitro hanno dimostrato che gli estratti della pianta possono alterare il metabolismo o l’efficacia dei farmaci metabolizzati dal CYP3A4 (2).

In conclusione, anche in riferimento a studi condotti alla Cornell University sul Programma su Cancro al Seno e sui Fattori di Rischio Ambientali (BCERF) gli esperti affermano che “sebbene non ci sia prova diretta che tutti i fitoterapici possono aumentare o fare diminuire il rischio di cancro al seno, alcune erbe possono avere azioni estrogeniche e suscitare così inquietudine circa il loro uso a lungo termine„. Le donne, che scelgono di usare i prodotti naturali, dovrebbero agire in modo prudente in quanto la qualità di queste medicine varia e la sicurezza, particolarmente con uso a lungo termine, è al momento ancora incerta.

I ricercatori consigliano quindi di usare prodotti di alta qualità provenienti da sorgenti rispettabili e di informare sempre il medico di tali cure, anche perchè molti di questi supplementi possono interagire con altri trattamenti, come nel caso del trifoglio.

 

Bibliografia:

(1) Jama. 2016. doi: 10.1001/jama.2016.8012

(2) Herr SM. Et al. Herb-drug interaction handbook. 2nd edn. Nassau NY: Church Street Books, 2002.

 

Alimenti senza glutine solo per i celiaci

gluten-freeIn Italia i celiaci sono intorno all’1% della popolazione: la celiachia è stata inizialmente rilevata, studiata e ricercata solo in Europa (venne descritta per la prima volta nel 1890 a Londra, ma compresa appieno solo dopo la Seconda Guerra Mondiale), e oggi si sa che anche India, Africa e Americhe hanno la stessa prevalenza di malattia, con gli stessi sintomi.

È una patologia caratterizzata dall’incapacità di assorbire e digerire il glutine, o meglio alcune proteine presenti nel grano ed altri cereali, come gliadina e glutenina. Queste proteine causano una forte risposta immunitaria a livello intestinale, inducendo un’infiammazione cronica, che, se non curata, nel tempo porta alla perdita dei villi intestinali, essenziali per l’assorbimento dei nutrienti.

Esistono dei fattori genetici predisponenti alla celiachia, che aumentano il rischio di svilupparla rispetto alla popolazione generale e la regione genomica coinvolta si trova sul cromosoma 6. La diagnosi precisa della malattia avviene grazie a specifici esami del sangue, come il dosaggio degli anticorpi specifici antigliadina, anticorpi anti-transglutaminasi, mentre la biopsia intestinale permette invece di verificare il danneggiamento e l’atrofia dei villi intestinali (1).

Marco Silano, Direttore del reparto Alimentazione dell’Istitituto Superiore della Sanità, ha rilasciato un’interessante intervista a proposito degli alimenti privi di glutine. In primis fa presente che gli alimenti senza glutine sono obbligatori per coloro che soffrono di celiachia, ma sono del tutto inutili, in termini di salute e benessere, nelle persone con intestino sano: la dieta senza glutine è infatti una limitazione alla vita del sano, mentre è salvavita per il celiaco. Il glutine non è digeribile dall’intestino umano: mimando in laboratorio la digestione umana, si vede che una bistecca da 200 g di manzo o maiale, inserita la sera, viene trasformata in aminoacidi nella notte e scompare; invece, 100 g di impasto di glutine restano immutati, essendo il glutine inattaccabile dagli enzimi gastrointestinali umani, come la pepsina e la tripsina. Ecco perché la pizza e la pasta sono difficili da digerire e dopo il pasto ci si sente “gonfi ”: non siamo in presenza di “gluten sensitivity” (o sensibilità al glutine), come alcuni sostengono, ma di processi digestivi fisiologici in un sistema gastrointestinale sano. Su questo equivoco, afferma, si è giocata infatti gran parte della “fortuna” della cosiddetta sensibilità al glutine non celiaca, oggi così di moda! Ricorda inoltre che la dieta senza glutine non fa assolutamente dimagrire e che questi sono falsi miti dettati dalla moda, come hanno sostenuto alcuni “ricchi e famosi” , vedi Gwyneth Paltrow e Novak Djokovic (2).

La celiachia è tenuta sotto controllo solo dall’esclusione del glutine dall’alimentazione, ossia dalla non assunzione dei grani che contengono glutine e dei relativi derivati: farro, avena e kamut non sono tollerati dai celiaci perché contengono glutine (addirittura il kamut ha un contenuto di proteine del glutine superiore rispetto a quello dei grani comunemente utilizzati in Italia). Gli unici cereali concessi al celiaco, perché naturalmente senza glutine sono riso, mais, miglio, sorgo, amaranto, quinoa, fonio, teff e grano saraceno.

 

Bibliografia

1) Telethon – Celiachia

2) AP&B n.9, 2016

Il colesterolo buono (HDL) sembrerebbe nuocere anziché proteggere

imagesL’aterosclerosi è la causa principale di morte negli USA e negli altri Paesi occidentali. Le lipoproteine ad alta densità (HDL) esplicano diversi effetti antiaterogeni, ossia allontanano il colesterolo dalla parete arteriosa e quindi sono definite come “colesterolo buono”.

Secondo uno studio multicentrico internazionale su HDL è emerso che una mutazione specifica di un gene codificante una proteina del recettore cellulare per l’HDL impedirebbe a quest’ultimo di funzionare (ostacolando il suo raggiungimento a livello della superficie cellulare, e quindi impedendo il legame del colesterolo alle molecole di HDL), provocando pertanto un aumentato rischio di malattia coronarica in presenza di elevati livelli di HDL. I ricercatori hanno sequenziato le regioni ipolipemizzanti dei genomi di 328 persone con HDL marcatamente elevato confrontando i dati con quelli di un gruppo di controllo con normali valori di colesterolo buono. Uno dei geni su cui si sono concentrati è stato SCARB1, che codifica per scavenger B1 (SR-B1), il principale recettore per HDL sulla superficie cellulare: tale mutazione sembra specifica negli ebrei Ashkenazi. I ricercatori hanno estrapolato dai risultati che gli effetti protettivi dell’HDL dipendono più dal suo funzionamento che dalla quantità, e che ulteriori studi nel suddetto gruppo etnico potrebbero essere importanti per sviluppare strategie di trattamento che aumentino l’espressione o l’attività di SCARB1.

In attesa di altri studi sembra ancor più consigliabile prevenire l’innalzamento del colesterolo oltre la soglia di sostenibilità metabolica con un corretto stile di vita (no fumo, attività fisica, anche moderata ma di lunga durata, come ad esempio camminare, nuotare, fare ginnastica, ecc) e seguire una corretta alimentazione (evitando cibi ricchi di grassi animali, preferendo grassi vegetali, frutta e verdura)

 

Bibliografia

Science. 2016. doi: 10.1126/science.aad3517

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26965621

Gli italiani e gli alcolici

unknownL’assunzione di bevande alcoliche continua a rappresentare uno dei principali rischi di mortalità: a livello europeo, si osserva un aumento del 4% dell’impatto globale della mortalità alcol-attribuibile, a cui contribuiscono principalmente i Paesi dell’Europa orientale, che registrano trend in significativa crescita.

L’alcol è causa di oltre 200 diverse malattie e incidenti che provocano ogni anno numerosi morti e feriti ed è classificato come il terzo fattore di rischio di malattia e morte prematura, dopo il fumo e l’ipertensione: un incremento di decessi attribuibili al consumo di bevande alcoliche a causa di patologie croniche (come la cirrosi epatica, le malattie cardiovascolari e il cancro) e a cause di morte violente (incidenti stradali, omicidi e suicidi).

L’Italia negli ultimi anni ha cambiato le sue abitudini: se da un lato si riducono i consumi, dall’altro cresce il “binge drinking”, ossia l’assunzione smodata di alcolici (bere tanto in poco tempo, fino a stare male). Si sono ridotti i consumi nei giovanissimi (11-17 anni), mentre tra i 18 ed i 64 anni c’è un aumento per quanto riguarda i fuori pasto, con una frequenza maggiore dei consumi occasionali, ed anche dopo i 65 anni sono presenti lievi aumenti sul consumo occasionale.

Dal 2005 ad oggi la percentuale, pari al 40%, di coloro che ammettono di bere lontano dai pasti riferisce un’assunzione con l’aperitivo o la “birretta” al pub dopo cena.

Il vino continua ad essere la bevanda preferita dagli italiani, ma sono sempre meno le persone che bevono soltanto bianco e rosso: sale la quota di coloro che aggiungono anche distillati e cocktail vari, in una percentuale che tra i 18 ed i 44 anni sfiora il 60%. Ed è proprio in questa fascia di età che è più diffuso il “binge drinking”: nel 2015 lo ha fatto il 16,2% di chi ha tra i 20 ed i 24 anni, la parte di popolazione più esposta a questo tipo di comportamento (i rischi, non solo in termini di salute, sono elevati poichè a quest’età si ha già la patente).

Esclusa la fascia di età tra i 18 ed i 24 anni, che si “lascia andare” al pub, è tra le mura domestiche che si verificano più frequentemente gli episodi di “binge drinking”: che sia la propria o quella di altri, è a casa che si esagera con l’alcol, probabilmente per un semplice motivo di costi. Interessante è come questa pratica cresca quanto più spesso si frequentano discoteche, concerti e manifestazioni sportive.

E’ da notare che la tendenza a bere troppo in poco tempo cresce in parallelo con il titolo di studio: limitandosi alla fascia tra i 25 ed i 44 anni, appena il 5,9% di chi ha la licenza elementare si ubriaca scientemente, a differenza del 12,4% di chi ha una laurea, e che, anche solo per cultura generale, dovrebbe essere maggiormente consapevole dei rischi per la salute.

Inoltre chi tende a praticare il binge drinking è spesso un fumatore, soprattutto un forte fumatore, aggiungendo così alle complicazioni legate ad un consumo eccessivo di alcolici gli effetti dannosi del fumo.

 

Tratto da:

– “Il sole 24 ore” (rapporto ISTAT)

– Epicentro (www.epicentro.iss.it)

 

Pepe nero

Cuillère de poivre noirNegli ultimi anni numerose ricerche scientifiche, sia di base che cliniche, hanno studiato i meccanismi d’azione con cui le spezie agiscono, permettendo di evidenziare la loro capacità di aumentare la secrezione degli acidi biliari a livello epatico, migliorando la digestione e l’assorbimento dei grassi, e di stimolare significativamente l’attività di enzimi digestivi, come la lipasi pancreatica, l’amilasi e alcune protesi. In seguito ad un pasto arricchito con spezie, quindi, la digestione è solitamente più rapida, riducendo inoltre il tempo di transito del cibo nel tratto gastrointestinale. Inoltre le spezie, essendo prive di valore energetico, non solo insaporiscono alimenti e bevande senza aumentarne l’apporto calorico, ma promuovono anche la termogenesi corporea e aumentano il senso di sazietà. Alcuni di questi composti, in particolare (come il pepe nero, lo zenzero e la capsaicina del peperoncino) potrebbero contribuire al mantenimento del bilancio energetico e alla prevenzione del sovrappeso.

Il pepe nero si ottiene dalle bacche acerbe del Piper nigrum, a differenza del pepe bianco che viene estratto dalle bacche mature. E’ la spezia più diffusa al mondo, utilizzata prevalentemente in campo alimentare per rendere più piccanti i cibi, ma trova largo impiego anche nella preparazione di farmaci e di cosmetici, come conservante e come insetticida. Analogamente alle altre spezie, il pepe aumenta la secrezione dell’amilasi salivare, della lipasi pancreatica, dell’amilasi, della tripsina, della chimotripsina e della lipasi intestinale. Le proprietà digestive del pepe sono correlate alla riduzione del tempo di transito del cibo a livello del tratto gastrointestinale, grazie all’effetto sia sugli enzimi digestivi che sulla secrezione biliare. L’oleoresina che si estrae dal pepe contiene l’olio essenziale che gli conferisce l’aroma, e soprattutto la piperina, un alcaloide irritante che non ha né odore né sapore, ma che modifica significativamente l’intensità del gusto e quindi la percezione dei sapori, ed in particolare dell’amarezza e dell’acidità. Come le altre spezie piccanti il pepe, alle dosi comunemente utilizzate, non danneggia la mucosa gastrica; al contrario in letteratura è stata descritta un’azione protettiva della piperina nei confronti dell’ulcera gastrica indotta sperimentalmente nel ratto e nel topo.

Inoltre, secondo i risultati di studi sperimentali, la piperina interagirebbe con i lipidi di membrana delle cellule intestinali, modificandone la struttura, aumentando la lunghezza dei microvilli, e quindi della superficie assorbente, e la permeabilità. Infine, in un recente studio condotto sui topi, la piperina somministrata a basse dosi mostra un effetto lassativo, mentre ad alte dosi mostra attività antisecretoria e antidiarroica.
Queste osservazioni giustificano il tradizionale utilizzo del pepe nero nella preparazione di miscele di erbe impiegate nel trattamento dei disturbi della motilità intestinale.
Studi in altri modelli animali hanno dimostrato che la piperina aumenta la biodisponibilità di diversi nutrienti e di alcuni farmaci, dei quali inibisce il metabolismo in modo non specifico, ed influenza la spesa energetica o termogenesi, soprattutto agendo sul sistema nervoso simpatico, la cui attività è inversamente correlata al grasso corporeo.
Ricerche in vitro hanno dimostrato per la piperina un’attività protettiva contro il danno ossidativo, che è stata solo parzialmente confermata dagli studi in vivo: a basse concentrazioni essa si comporterebbe quindi come trasportatore (e quindi, funzionalmente, da “neutralizzatore”) di radicali liberi, mentre a concentrazioni elevate funzionerebbe da generatore dei radicali stessi. Nel ratto l’aumento delle difese antiossidanti in seguito a somministrazione di piperina si riflette sulla riduzione dell’ossidazione delle lipoproteine LDL, sulla protezione dal danno ossidativo associato al diabete mellito, sull’effetto chemopreventivo e sul controllo dell’ossidazione indotta da una dieta ad elevato contenuto di grassi.
Documentata a livello sperimentale è anche l’attività antinfiammatoria della piperina, che in un modello di macrofagi peritoneali in vitro sarebbe in grado di inibire la risposta infiammatoria indotta dal lipopolisaccaride. Inoltre in un modello sperimentale di artrite in vivo, la piperina si è dimostrata in grado di inibire l’infiammazione indotta da urato monosodico.
Recentemente è stata infine evidenziata un’attività neuro protettive della piperina, che, in un modello sperimentale che riproduce la patologia di Alzheimer nel ratto, ha avuto effetti positivi sulle “performances” di memoria e ha ridotto significativamente la neurodegenerazione a livello dell’ippocampo, probabilmente in associazione ad un riduzione dell’attività dell’enzima acetilcolinesterasi.

Tratto da Nfi (Nutrition foundation of Italy), 14 ottobre 2010

Effetti salutistici della cannella

cannella-1-600x388La cannella (Cinnamomum verum, C. zeylanicum, C. aromaticum) è stata utilizzata fin dai tempi antichi: è infatti citata nella Bibbia e dagli Egizi, che la usavano, oltre che per l’imbalsamazione, anche come germicida ed astringente. E’ anche uno dei più antichi trattamenti utilizzati per la bronchite cronica.

Il suo aroma e gusto sono utilizzati per aromatizzare cibi e bevande, nel tabacco e nei cosmetici, ed anche in prodotti farmaceutici ed odontoiatrici. Ad esempio un componente dell’olio di cannella, la cinnamaldeide, è utilizzata nei dentifrici per mascherare il sapore del pirofosfato, composto da sapore sgradevole che inibisce la calcificazione della placca bloccando la conversione del calcio fosfato amorfo in idrossiapatite.

La sua efficacia è dovuta in gran parte alle sue attività antiossidanti ed antibatteriche, ed è risultata indurre benefici nel controllo del diabete di tipo 2: essa infatti riduce la glicemia a digiuno dal 10 al 40%. Da uno studio è risultato che 2g al giorno di cannella per un periodo di 12 settimane provocano una riduzione significativa dell’emoglobina glicata e della pressione arteriosa, oltre ad un miglioramento del quadro lipidico, diminuendo la trigliceridemia ed il colesterolo LDL.

Un altro studio ha mostrato che 3g di cannella in un budino di riso è efficace nella diminuzione dell’insulinemia post-prandiale e nell’aumento dei livelli di GLP-1 (glucagon-like peptide-1), un ormone gastrointestinale che stimolerebbe la secrezione glucosio-dipendente di insulina.

La cannella è stata inoltre valutata in relazione all’infezione sostenuta da Helicobacter pylori, candida sistemica in pazienti con HIV, Salmonellosi cronica, ma al momento non esistono ancora dati significativi al riguardo.

Relativamente alla sua sicurezza, sia la cannella comune che la cassia sembrano generalmente ben tollerate e prive di effetti indesiderati alle dosi comunemente utilizzate per la preparazione dei cibi, anche durante la gravidanza e l’allattamento.

 

Tratto da NFI (Nutrition Foundation of Italy)